Bettino Craxi si è davvero conquistato “sul campo” il titolo di “grande eretico” della Sinistra Italiana, perché, con tenacia ed energia fuori del comune, ha sfidato la “Chiesa Comunista” italiana in frontiere storiche, mettendone in seria difficoltà l’egemonia nella società italiana: dai diritti civili (femminismo in primis), fino soprattutto  sul versante del lavoro, storica roccaforte dei Comunisti e del Sindacalismo collaterale della CGIL.

Con grande tempismo ed in notevole avanguardia sul PCI e il Sindacalismo tradizionale, Craxi fu, infatti, il leader di Sinistra che colse con maggiore lucidità quel processo di “terziarizzazione” dell’economia che galoppava negli anni ’80, a spese dell’universo di “fabbrica” tradizionale: il PSI fu così favorevole ai “quarantamila” (impiegati di livello elevato e quadri) che marciarono nell’ottobre 1980 a Torino contro il “blocco della fabbrica” imposto alla FIAT dagli Operai contro i tagli per “esuberi” di personale; il PSI promosse ed incoraggiò, altresì, il mondo della “consulenza” (settore allora in ascesa dell’economia cd “immateriale”), arrivando a sfidare il PCI in uno scontro che pareva perso in partenza, ma che segnò un’epoca: il “taglio della scala mobile”. Quando il PCI chiese nel 1985 il referendum per ripristinare il conteggio ordinario della “scala mobile”, Craxi si oppose e mise in palio la propria Presidenza del Consiglio: ma alla fine trovò  l’opinione pubblica schierata con lui (contro tutte le previsioni della vigilia).

Questi e altri fatti fecero meritare a Craxi la palma di “grande eretico” della Sinistra: in particolare, Craxi fu “eretico”, perché non riconobbe mai al PCI il ruolo di “Chiesa”, non riconoscendo, cioè, mai a Berlinguer e soci la qualifica di “pontefice infallibile” dell’ortodossia di Sinistra. Al riguardo, non possiamo dimenticare che essere “protestanti di sinistra”, negli anni 70-80, esponeva a non pochi rischi: non possiamo dimenticare come grandi esponenti del riformismo di sinistra non comunista come Tobagi furono uccisi dall’estremismo di Sinistra; senza contare che Marco Biagi (altro esponente del PSI storico) fu ucciso dalle BR per motivi politici solo nel 2002! Certo, lungi da noi dire che il PCI appoggiava l’estremismo e la lotta armata (cosa storicamente non vera!); certo, però, il richiamo all’ortodossia marxista-leninista, molto forte presso le masse (come un autentico”senso comune” comunista), era tale da spingerne alcune frange alla lotta armata; e ciò, del resto, in piena e lineare coerenza con i postulati di “lotta di classe”!

Per questo motivo, il PCI aveva gioco facile nell’additare in Craxi il Negativo, per antonomasia; per questo motivo, il voto comunista non convogliò mai in numeri significativi nelle file del PSI, restando appannaggio di minoranze isolate (salvo il tentativo, ambizioso, nel gennaio 1992, della “scissione migliorista” dal PDS di Borghini e Soci nel Consiglio Comunale di Milano, ma che non potè produrre frutti per il sopraggiungere di Mani Pulite).

Questo mancato “sfondamento” del PSI nei confronti del PCI impedì a Craxi di realizzare il suo principale sogno, diventare, cioè, il Mitterand italiano egemone della Sinistra, anche comunista (vedi il progetto “unità socialista” del 1990 che fu solo raccolta da una pattuglia scissionista, ma allo sbando, del PSDI). Certo, questa difficoltà di sfondare nell’universo comunista, alla fine, logorò Craxi e fu la causa remota della sua fine politica (mentre Tangentopoli e il “voto di protesta” del 1992 ne furono la causa prossima!). Chi ha descritto mirabilmente e con la massima lucidità questo processo politico è stato il politologo Giorgio Galli nella sua Storia dei partiti politici (Rizzoli, 1993): dopo le elezioni politiche del 1987, cioè, quando il PSI raggiunse il suo massimo storico (il 14,4% di fronte ad un PCI crollato dal 30 al 26%), c’erano, secondo Giorgio Galli, le condizioni per un’alternativa al sistema di governo DC, perché PSI, PCI, DP (Democrazia Proletaria), radicali, PSDI, Verdi raggiungevano il 51%; allora, l’occasione dell’aggregazione avrebbe potuto essere costituita da una piattaforma programmatica incentrata sui referendum contro nucleare, giustizia …  che si sarebbero celebrati di lì a poco e di cui Craxi fu un energico sostenitore. Ciononostante, Craxi non colse l’occasione, perpetuando la prassi dei governi pentapartito a guida DC, senza rivendicare una propria Presidenza del Consiglio.

E certo alla base di tale stallo c’era effettivamente la reale condizione di isolamento di Craxi dalla base comunista, che rese il PSI di fatto incapace di aggregare formazioni “movimentiste” (come le forze ambientaliste), rispetto a cui, invece, il PCI era collaudato e consumato interlocutore, anche per la presenza più capillare dei Comunisti sul territorio.

Non da ultimo, alla crisi del craxismo cospirò anche la circostanza che il PSI, incapace di sfondare elettoralmente sul PCI, si era viceversa sempre più consolidato al Sud: una tendenza che, come dimostrano i flussi elettorali del PSI (vedi volumi di politica in Italia de Il Mulino), a prescindere dal milanese, si era stabilizzata dagli anni 60 in poi, ma che, perdurando, aveva reso il Partito più condizionato dall’elettorato meno ricettivo ai programmi craxiani di rinnovamento e, viceversa, più sensibile e affine alle pratiche “ministerialiste” e “clientelari” di marca DC. Alla fine, cessata la competizione con l’eterno nemico De Mita (che auspicava una ripresa della “strategia dell’attenzione” della DC verso il PCI per marginalizzare il ruolo del PSI), Craxi si trovò a dipendere a “doppio filo” dal sistema di potere DC, offuscando, così, definitivamente la sua immagine di politico innovatore: nonostante per 20 anni avesse paventato di essere l’ago della bilancia tra DC e PCI,  Craxi finì per seguire la DC nello stesso declino politico che sfociò in Tangentopoli.

Cosa resta oggi di Craxi? Certo, Craxi lascia un “sentiero interrotto” nella storia politica italiana, la via cioè della vera modernizzazione della Sinistra Socialista in senso liberale e, perciò, “eretica” rispetto ai dogmatismi tradizionali: modernizzazione rimasta incompiuta. Altre occasioni mancate, dopo la Segreteria Craxi, saranno la “svolta della Bolognina” del PCI (che nel 1991 muterà il nome in PDS, ma non la piattaforma politico-culturale ferma alla “questione morale” di Berlinguer) e la nascita del PD. Ciò che resta, invece, dell’eredità craxiana è uno stile politico positivo e combattivo, che non si tira indietro nel combattere da posizioni di avanguardia, non propenso al conformismo politico-culturale, generoso (anche se talvolta un po’ … garibaldino!), e disposto anche a pagare di persona la propria “diversità”: sto parlando, ad esempio, di personalità come l’attuale premier Silvio Berlusconi, ma anche come i Ministri Sacconi e Brunetta (già socialisti); non a caso le più agguerrite avanguardie nel sostenere una politica di “alto profilo”: è il vecchio insegnamento della politique d’abord? Io credo di sì.

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