Il licenziamento per giusta causa è una delle condizioni previste dal diritto del lavoro per cui un dipendente, precedentemente assunto a tempo indeterminato, può vedersi recapitare da parte del datore di lavoro la lettera con cui gli viene comunicata la cessazione del rapporto di lavoro. Il fattore determinante di quest’azione è sempre ed esclusivamente soggettivo, ossia imputabile ad una errata condotta o ad un inadempimento degli obblighi contrattuali da parte del dipendente.

Da non confondere con il licenziamento per giustificato motivo, che può essere riconducibile sia ad inadeguati comportamenti del lavoratore (soggettivo), sia ad un particolare periodo di crisi lavorativa dell’impresa o alla necessità di quest’ultima di provvedere alla riorganizzazione del lavoro (oggettivo). In ogni caso il licenziamento per giustificato motivo, a differenza di quello per giusta causa, da origine ad un periodo di preavviso la cui durata viene di volta in volta stabilita dai vari contratti collettivi.

Le cause che possono dar luogo ad un licenziamento per giusta causa sono regolamentate dall’articolo 2119 del Codice Civile.

Secondo quanto riportato nel testo di legge la causa determinante deve poter essere inquadrata in un ambito tale da impedire anche il provvisorio proseguimento del rapporto di lavoro.

Tale gravità, andando ad infrangere il rapporto di fiducia instaurato tra lavoratore e dipendente, rende pertanto impossibile anche il proseguimento dell’attività lavorativa del dipendente per il consueto periodo di preavviso.

Di conseguenza un licenziamento per giusta causa provoca l’interruzione immediata del rapporto di lavoro. Rientrano in questa casistica l’assenza ingiustificata del dipendente oltre i termini contrattuali, insubordinazione, ingiurie e minacce, furto e danneggiamento di beni aziendali, svolgimento di diversa attività lavorativa da parte del dipendente durante periodi di malattia.

Il licenziamento per cause disciplinari, siano esse riconducibili a fattori che determinano il giustificato motivo soggettivo sia che siano da imputarsi alla giusta causa, da comunque diritto all’indennità che l’INPS riconosce a tutti coloro che si trovano in situazioni di disoccupazione involontaria.

La NASPI

La Naspi, ovvero la nuova assicurazione sociale per l’impiego, che dal 1 maggio 2015 ha preso il posto di Aspi e MiniAspi, garantisce un sostegno di disoccupazione a tutti coloro che perdono il lavoro per motivi indipendenti dalla loro volontà, oppure che presentino le dimissioni volontarie per giusta causa.

La scelta di risolvere il rapporto, nel caso di licenziamento per giusta causa, viene inquadrata come una decisione soggettiva da parte del datore di lavoro, per cui lo stato di disoccupazione del dipendente che ne consegue deve essere interpretato come situazione involontaria. Indipendentemente dai motivi che hanno condotto al licenziamento del dipendente pertanto, la scelta di risolvere il rapporto di lavoro da parte del superiore determina il diritto all’indennità INPS.

La nuova Naspi deve essere richiesta da parte dell’ex lavoratore entro 68 giorni dalla data di cessazione del rapporto.

Dal trattamento sono esclusi i lavoratori dipendenti della pubblica amministrazione ed i lavoratori agricoli. L’indennità di disoccupazione INPS spetta sia nel caso di rapporto di lavoro a tempo determinato che indeterminato.

La richiesta deve essere presentata esclusivamente per via telematica, rivolgendosi ad un patronato oppure direttamente attraverso il portale INPS. Il sostegno economico viene riconosciuto per un massimo di 24 mesi e decorre dall’ottavo giorno o da quello immediatamento successivo alla data di licenziamento. Per avere diritto all’indennità il lavoratore deve aver maturato almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi due anni ed aver effettuato almeno trenta giorni di lavoro nell’ultimo anno.

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