Il via alla riforma delle pensioni venne dato nel 1992 dal Governo Amato, con la legge delega 421/1992. Le principali innovazioni della riforma Amato furono: l’innalzamento graduale dell’età pensionabile (65 anni per gli uomini e 60 per le donne); il pensionamento anticipato per i pubblici dipendenti; l’introduzione del criterio di reddito della coppia per il riconoscimento dell’integrazione al minimo; una normativa più favorevole per i lavori usuranti; una nuova disciplina sulla previdenza complementare.

Un anno dopo, con il Governo Ciampi, venne approvata la legge n 537/1993. La legge introduceva alcuni correttivi: una penalizzazione economica nelle pensioni di anzianità del pubblico impiego; un miglioramento della normativa per il riconoscimento dell’integrazione al minimo; l’eliminazione dal calcolo della pensione degli anni peggiori; la delega per la riforma degli enti previdenziali; l’istituzione dell’Inpdap (Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell’Amministrazione Pubblica). Nel Governo Berlusconi del ’94, con la legge 724/1994, ci furono altre novità: l’introduzione per il pubblico impiego dell’indennità integrativa speciale nella base pensionistica e l’applicazione dell’aliquota di rendimento del 2%; per i privati ci fu un’accelerazione dell’andata a regime del pensionamento di vecchiaia a 65/60 anni. Le novità rilevanti arrivarono un anno dopo, nel 1995, con la legge335, nota come Riforma Dini.

Il calcolo della pensione è basato su un sistema misto, retributivo e contributivo. Per i nuovi assunti (dal 1/01/96 in poi) la pensione è calcolata col sistema contributivo. Per coloro che al 31/12/95 avevano un’anzianità contributiva pari o superiore ai 18 anni, si applica il sistema retributivo con queste modifiche: per la pensione d’anzianità si aggiunge un requisito d’età (57 anni) oltre a quello contributivo (35 anni); la pensione di anzianità può essere ottenuta, a prescindere dall’età anagrafica, facendo valere un’anzianità contributiva più elevata (in sostanza, a regime, nel 2008 si potrà andare in pensione d’anzianità con 35 anni di contributi e 57 d’età, oppure con 40 anni di contributi a prescindere dall’età); per coloro che al 31/12/95 avevano un’anzianità inferiore ai 18 anni, la pensione è calcolata con un metodo misto (retributivo per le anzianità maturate fino al ’95 e contributivo per le anzianità successive).

La legge Dini ha inoltre introdotto norme più restrittive di pensionamento anticipato per il pubblico impiego, l’istituzione della Gestione dei lavoratori parasubordinati presso l’INPS e della Cassa dei dipendenti statali presso l’Inpdap; ha inoltre previsto sia la revisione delle norme sulla previdenza complementare, sia l’armonizzazione dei diversi regimi di retribuzione (pensionabile, di invalidità, per i lavori usuranti) e di erogazione del Tfr.

Nella riforma Dini il sistema previdenziale pubblico obbligatorio rimane il pilastro fondamentale del sistema previdenziale italiano, mentre le agevolazioni per le forme pensionistiche complementari stanno su un piano di subalternità. Essa ha inoltre cercato di risolvere le iniquità presenti nel precedente sistema pensionistico, quali il sistema di calcolo retributivo e l’esistenza di trattamenti completamente diversi da fondo a fondo. Durante il Governo Prodi è stata approvata la legge 449/1997. Questa ha apportato alcune altre modifiche: l’armonizzazione dei fondi speciali e del pubblico impiego; la revisione dei criteri di separazione tra previdenza e assistenza; le regole per il pensionamento anticipato e l’aumento dei contributi per i lavoratori parasubordinati.

È di questi ultimi mesi la riforma delle pensioni del Governo Berlusconi. Secondo la nuova riforma, dal 2004 chi deciderà di rinviare il pensionamento pur avendo raggiunto i requisiti d’età, potrà scegliere fra tre alternative: avere la totalità dei contributi in busta paga (equivalente ad un aumento della retribuzione del 32,7% esentasse); versare all’INPS contributi volontari per avere una pensione più alta; versare i contributi alla propria previdenza complementare. Dal 2008 potrà andare in pensione solo chi avrà maturato 40 anni di contributi o avrà compiuto 65 anni (60 anni per le donne); chi nel gennaio 2008 avrà maturato i requisiti per la pensione di anzianità prevista dalle vecchie norme, potrà lasciare il lavoro, ma con una sorta di disincentivo consistente nell’applicazione del metodo contributivo.

È previsto un tetto per le pensioni d’oro (15 mila euro al mese) e l’eccedenza risultante dalla applicazione di questo tetto andrò a finanziare il sistema dello Stato sociale. Quest’ultimo disegno di legge è stato contestato sia dall’opposizione sia dai sindacati, che sono scesi sul piede di guerra chiedendo modifiche alla riforma. L’aspetto della riforma più criticato è quello dello “scalone”del 2008, cioè dell’improvviso taglio delle anzianità a partire dal 2008, un aspetto che dovrebbe invece esser affrontato con le parti sociali e risolto in maniera più equa. Il buon senso richiederebbe un aumento dell’età pensionale progressivo. La speranza è che si continui a discutere per arrivare a degli accordi: lo scontro frontale non fa bene a nessuno.

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